sabato 24 agosto 2013

SECONDO KISSINGER ALLENDE ERA "PERICOLOSO" ANCHE PER L'ITALIA

“L’esempio di un governo marxista eletto con successo in Cile avrebbe di sicuro un impatto su altre parti del mondo e costituirebbe un precedente, specialmente per Italia...” Un pericolo per l’equilibrio mondiale, quindi. Quantomeno agli occhi di un osservatore d’eccezione: Henry Kissinger, consigliere per la sicurezza nazionale di Nixon, che così presenta l’elezione di Allende in una nota preparata per il presidente americano in vista della riunione del Consiglio di Sicurezza Nazionale del 6 novembre 1970. Il memorandum, seppur desecretato nell’aprile 2002, è stato appena reso noto nell’ambito di un progetto della George Washington University. Un documento di otto pagine, datato 5 novembre, in cui Kissinger fa il punto della situazione dei rapporti tra Washington e Santiago due giorni dopo l’assunzione ufficiale dell’incarico da parte del neo-eletto presidente cilenoIl governo Usa aveva cercato nelle settimane precedenti di impedire ad Allende di insediarsi alla Moneda. Ma le manovre dell’ambasciatore Edward Korry non avevano portato a niente, con grande disappunto dell’Amministrazione. Che era quindi costretta a cercare un’altra via per sistemare la questione, in quella che poteva diventare “...la decisione di politica estera di maggior portata storica e la più difficile di quest’anno, perché ciò che succede in Cile nei prossimi sei o dodici mesi avrà ramificazioni che andranno ben oltre le relazioni cileno-statunitensi.”Partendo dall’assunto che l’elezione democratica di Allende fosse “...una delle sfide più serie che abbiamo mai affrontato in questo emisfero”, Kissinger analizza con estrema lucidità tutte le opzioni. Visto che Korry aveva mancato il primo obiettivo, era necessario correre ai ripari ed evitare che Allende si consolidasse al potere, instaurando un regime marxista in Cile e legandosi all’Urss e al blocco socialista. Ma il problema non era di facile soluzione: intervenire con forza e a volto scoperto negli affari interni di un paese indipendente per ostacolare un presidente liberamente eletto, avrebbe significato mettere a dura prova l’immagine e la retorica statunitense di paladini della libertà. D’altra parte, però, non reagire agli avvenimenti politici di Santiago poteva essere letto nel resto dell’America Latina e in Europa come segno di indifferenza o, peggio, di impotenza nei confronti di sviluppi negativi per gli interessi americani in una delle sfere d’influenza Usa.Secondo Kissinger il dilemma poteva riassumersi in due opzioni contrapposte: o aspettare, limitandosi a tutelare gli interessi americani ma lasciando il tempo ad Allende di rafforzare il proprio potere; oppure agire subito, in modo da impedire il consolidamento del regime cileno, ma scatenando con ogni probabilità reazioni negative contro gli Usa in Cile e nel resto del mondo. Kissinger non manca di sottolineare come le varie agenzie statunitensi coinvolte in decisioni di politica estera avessero opinioni opposte riguardo la via da seguire. Da un lato, gli uomini del dipartimento di Stato caldeggiavano una “strategia del modus vivendi”, convinti che il governo Usa non disponesse al momento della capacità di impedire ad Allende di consolidare il proprio potere. Dall’altro, quelli di altre agenzie, Cia in testa, spingevano per la linea dura, partendo dalla considerazione che solo agendo subito, nel momento di maggior debolezza del nuovo governo cileno, era possibile portare a casa qualche risultato. E anche in questo caso, rimaneva da scegliere tra misure di aperta ostilità – embargo, sospensione degli aiuti, campagna internazionale per screditare Allende – e una facciata di fredda ma corretta indifferenza che facesse da schermo ad operazioni sotto copertura. Dopo la lunga panoramica di pro e contro, Kissinger non nasconde il proprio pensiero. E raccomanda a Nixon di scegliere la linea dura: fare di tutto per impedire che Allende consolidi il suo potere, “...avendo cura di impacchettare questi sforzi in uno stile che dia l’idea che stiamo reagendo alle sue mosse.”In realtà le operazioni della Cia in Cile erano già in corso da anni, come ben documenta William Blum, ex funzionario del dipartimento di Stato, nel suo “Il libro nero degli Stati Uniti”. Erano iniziate negli anni Sessanta, dopo che nel 1958 solo uno scarto del 3% aveva impedito ad Allende di essere eletto presidente. Dopo la vittoria del 1970 la Cia alzò il tiro, fino a fornire un determinante aiuto nell’organizzazione del colpo di stato militare di Pinochet nel settembre del 1973. Tra i documenti desecreati ci sono anche alcune trascrizioni di incontri di staff, in cui Kissinger, già Segretario di Stato, prende posizione nei confronti delle notizie che arrivano dal Cile nei mesi successivi al golpe, riguardanti le violazioni dei diritti umani e le atrocità del regime. Assolvendole.articolo di Irene Panozzo pubblicato Giovedì 5 Febbraio 2004 su "Il Manifesto"

venerdì 23 agosto 2013

11 Settembre 1973: l’altro anniversario sulle pagine di "Rolling Stone"


11 Settembre 1973: l’altro anniversario

Il colpo di Stato in Cile: Allende, Pinochet, e la mano nascosta degli americani...

Dici “11 settembre” e tutti pensano a una sola cosa: l’immagine terribile (anche se inflazionata, resta terribile) delle Torri Gemelle in fiamme. Non c’è neanche bisogno di specificare la data completa, basta dire “11 settembre” e tutti capiscono che ci si riferisce all’anno 2001. Eppure, di 11 settembre ce ne sarebe anche un altro da ricordare, nella nostra storia recente. Parliamo dell’11 settembre del 1973. Ovvero di quello che accadde quel giorno in Cile.
L’11/9/1973, il generale Augusto Pinochet, alla guida di una parte dell’esercito, cinse d’assedio il Palazzo Presidenziale di Santiago del Cile. Attaccando via terra e bombardando dall’alto, fece uccidere Salvador Allende, eletto legittimanente a capo del governo
. Dal giorno successivo, Pinochet mise in atto una durissima repressione. I servizi segreti USA, nemici del governo socialista di Allende, erano stati informati dell’azione. L’allora Capo di Stato USA Henry Kissinger ammise addirittura pubblicamente di aver aiutato Pinochet a destituire il Presidente eletto. Immediatamente, tutte le opposizioni furono eliminate dal panorama politico e il fenomeno della “desapareción” divenne tristemente noto. Circa 30mila persone furono imprigionate e uccise, senza che di loro si potesse conservare traccia. Altre 600mila furono brutalmente torturate. La dittatura durò fino al 1990.
Quando dite 11 settembre, ricordate anche questo.
(Michele Lupi - 11 settembre 2012)

L'originale è leggibile qui: http://www.rollingstonemagazine.it/cultura/news-cultura/11-settembre-1973-laltro-anniversario/

giovedì 22 agosto 2013

Il Generale, una ballata su Pinochet scritta nel 2000 dalle insegnanti della Scuola Media Statale di Roma "Antonio Gramsci"

Il Generale

Ballata su Pinochet, scritta dalle insegnanti della Scuola Media Statale di Roma "Antonio Gramsci", nel marzo-aprile 2000, durante un corso d'aggiornamento sperimentale tenuto da Mauro Geraci.

Tutto ebbe inizio un giorno ormai lontano
quando il sogno cileno prese volto umano
di quell'Allende medico socialista
che credeva nella rivolta pacifista.

Il potere agli operai voleva dare,
giustizia e società poter cambiare,
le piaghe delle mani dolorose
curare con i petali di rose.

Ma una serpe gli cresceva in seno
che lenta iniettava il suo veleno,
Caino, generale cinico e crudele
all'uom non fece più spiegar le vele.

Capo delle forze armate nominato
da Allende chi di lui si era fidato,
ma fu tragico errore rovesciato
alla Moneda lo trovaron suicidato.

Quanti uomini torturati e uccisi,
portati via da casa e poi derisi,
furon anni di lotta e di dolore,
di esilio, sofferenza e gran timore.

Si piange sulle alture e quella pioggia
è lenta, fitta, lamentosa e grigia,
bagna Santiago e dell'uom senza valigia
lo strazio nella notte già riecheggia.

Quell'urlo di dolor non ha trovato
un luogo dove essere ascoltato
ed ogni donna dal suo amor strappato
grida giustizia per il popolo umiliato.

La Spagna e Londra avevano capito,
dev'essere estradato e poi punito,
per quell'uom senza valigia e nè ritorno
che non riuscì a vedere il nuovo giorno.

Ma il dittatore furbo e malandato
in Cile è stato infine reclamato,
adesso Lagos e il popolo cileno
ai lor doveri non posson venir meno.

Sarà un giusto processo e punizione,
il mondo attende una soluzione
che porti via al popolo i tornmenti
di tante genti ardite e valenti.

mercoledì 21 agosto 2013

Missing, Hollywood racconta del coinvolgimento della Cia nel golpe cileno del 1973.


Basato su una storia vera, vincitore a Cannes nel 1982, Missing è il primo film di Hollywood che racconta del coinvolgimento della Cia nel golpe cileno del 1973.Charles Horman (John Shea) è uno scrittore americano trasferitosi con la moglie Beth (Sissy Spacek) nel Cile democratico di Allende. Quando Pinochet sale al potere, il clima del Paese cambia e niente è più come prima. Una notte Charles viene arrestato dai soldati dell'esercito e da quel momento nessuno avrà più sue notizie. Da New York arriva il padre di Charles, Ed Horman (Jack Lemmon) per aiutare Beth nella ricerca del marito scomparso. Ed, grazie a questa ricerca disperata e frustrante, non solo scopre le atrocità e gli orrori del golpe, ma impara a conoscere attraverso gli occhi di Beth suo figlio che pensava essere molto diverso da lui e del quale non aveva mai approvato lo stile di vita.

I fatti sono narrati con un ritmo che cattura l'attenzione dello spettatore e lo rende partecipe dell'angoscia dei protagonisti. Il realismo giornalistico del film è squarciato solo per un breve momento dall'improvvisa apparizione notturna di un cavallo bianco in fuga, trasposizione onirica della disperazione del Paese.
Beth e Ed dovranno vedersela non solo con i militari cileni, ma anche con le menzogne degli ambasciatori americani raccontate in perfetto stile CIA . L'occhio del regista Costa Gavras osserva silenzioso, rispettoso sia della storia che della Storia. Il film infatti, oltre che narrare fatti storici, ha una sottotrama, quella del rapporto padre-figlio, della conoscenza attraverso la ricerca e la perdita. Le emozioni, la tensione e lo shock sono sottolineate dalle musiche di Vangelis leggere e delicate in forte contrapposizione con le immagini dei molti cadaveri all'interno dello Stadio nazionale o con la disperazione di Ed e Beth. I tasti del piano camminano ripetitivi come una dolcissima ninna nanna riuscendo a fermare le immagini del film nella nostra mente. Un film da non perdere, lucido, vero, forte. (MyMovies)

martedì 20 agosto 2013

El pueblo unido jamas sera vencido


El pueblo unido jamás será vencido (Il popolo unito non sarà mai sconfitto) è una delle più note canzoni legate al movimento Unidad Popular ed alla presidenza del Cile da parte di Salvador Allende. La canzone, composta nel 1970 da Sergio Ortega, uno dei componenti del gruppo musicale Quilapayun e famosa in Cile nei tre anni della presidenza Allende, divenne - dopo il golpe cileno che portò al potere i militari guidati da Augusto Pinochet - un simbolo della lotta per il ritorno alla democrazia tanto in Cile quanto nel resto del mondo.
Oltre al gruppo dei Quilapayun, esule in Francia negli anni della dittatura, la canzone venne cantata e incisa anche dagli Inti-Illimani, altro gruppo storico della Nueva Canción Chilena, che aveva ottenuto asilo politico in Italia.
Numerose sono state successivamente le traduzioni in altre lingue e gli arrangiamenti compiuti sul brano. 
In Iran la melodia è stata usata per una canzone rivoluzionaria in lingua persiana cantata nel 1979 durante la rivoluzione contro la monarchia dagli attivisti iraniani della sinistra e intitolata Barpakhiz (traducibile con Stai su o Resisti).
Quattro anni prima, nel 1975 il musicista Frederic Rzewski aveva composto trentasei variazioni per pianoforte del brano intitolate The People United Will Never Be Defeated!.
Molti gruppi fra cui La Banda Bassotti (El pueblo unido jamás será vencido), i 99 Posse (El pueblo unido), gli Ska-P (Estampida), gli Anti-Flag (One People, One Struggle), Mauro Sabbione (Sia pace!) i Nomadi, i Modena City Ramblers e tanti altri hanno rielaborato e fatto proprio il brano.
In alcune versioni di gruppi militanti la frase El pueblo unido jamas sera vencido è sostituita, nell'ultimo verso, con El pueblo armado jamás será aplastado (Il popolo armato non sarà mai fermato).
Nel 2011 il titolo della canzone diventa lo slogan durante di Occupy Wall Street

lunedì 19 agosto 2013

La battaglia del Cile, il film epopea di Patricio Guzmán

“La Battaglia del Cile”  è un documentario storico realizzato tra il 1972 e il 1979. Non è una somma di filmati di repertorio ma un documento realizzato nello stesso momento in cui avvenivano i fatti. Il suo autore e regista lavorò con una squadra nel mezzo degli eventi. Il materiale vergine (pellicola di l6 MM in bianco e nero) è stato donato dal documentarista francese Chris Marker e il montaggio è stato realizzato grazie alla collaborazione dell’Istituto di Cinematografia Cubano (ICAIC). Jorge Müller Silva (il cameraman del film) sequestrato dalla polizia militare di Pinochet nel novembre del 1974, è scomparso nel nulla A tutt’oggi non si conosce la sua fine. È uno dei 3.000 “desaparecidos” ancora presenti in Cile. 

Regia, produzione, sceneggiatura: Patricio Guzmán 
Direttore della fotografia e delle riprese: Jorge Müller Silva. 
Montaggio: Pedro Chaskel. 
Audio in presa diretta: Bernardo Menz. 
Casa di produzione: Equipo Tercer Año (Patricio Guzmán). 
Supporto per le riprese: 16 MM. Bianco e nero 
Supporto definitivo: 35 MM (1.85), DVD e Beta Pal.

“La Battaglia del Cile” - Prima parte: L'insurrezione della borghesia (100')
Salvador Allende mette in moto un programma di profonde trasformazioni sociali e politiche. Fin dal primo giorno la destra organizza contro di lui una serie di scioperi selvaggi mentre la Casa Bianca lo asfissia economicamente. Nonostante questo boicottaggio -- marzo del 1973 -- i partiti che appoggiano Allende ottengono il 43,3 percento dei voti. La destra capisce che i meccanismi legali non le servono più. D’ora in avanti la sua strategia sarà la strategia del colpo di stato.

“La Battaglia del Cile” - Seconda parte: Il Colpo di Stato (90')
Tra marzo e settembre del 1973, la sinistra e la destra si scontrano nelle strade, nelle fabbriche, nei tribunali, nelle università, in parlamento e attraverso i mezzi di comunicazione. La situazione diventa insostenibile. Gli Stati Uniti finanziano lo sciopero dei camionisti e fomentano il caos sociale. Allende tenta di trovare un accordo con le forze della Democrazia Cristiana, senza ottenerlo. Le stesse contraddizioni presenti all’interno della sinistra accrescono la crisi. I militari iniziano una cospirazione a Valparaiso. Un ampio settore della classe media appoggia il boicottaggio e la guerra civile. L’11 settembre Pinochet bombarda il palazzo sede del governo.

“La Battaglia del Cile” - Terza parte: Il potere popolare (80')
Accanto ai grandi avvenimenti che narrano i film precedenti succedono anche altri fenomeni originali, a volte effimeri, incompleti, che vengono raccolti nella terza parte. Numerosi settori della popolazione, e in particolare le classi popolari che appoggiano Allende, organizzano e mettono in moto una serie di azioni collettive: magazzini comunitari, cordoni industriali, comitati agricoli, ecc., con lo scopo di neutralizzare il caos e superare la crisi. Tali istituzioni, in maggior parte spontanee, rappresentano uno “stato” dentro lo Stato.

I premi ricevuti:
GRAND PRIX, Festival di Grenoble, Francia 1975. PREMIO DELLA GIURIA, Festival di Leipzig, Germania 1976. GRAND PRIX, Festival di Grenoble, Francia 1976. GRAND PRIX, Festival di Bruxelles, Belgio 1977. GRAND PRIX, Festival di Benalmadena, Spagna 1977. GRAND PRIX, Festival dell'Avana, Cuba 1979.

Chi è Patricio Guzmán?
Regista cileno. Dopo aver seguito i corsi di cinema all’Università Cattolica del Cile, si reca a Madrid per diplomarsi all’Escuela Oficial de Cinematografía. Tornato in patria dirige una serie di documentari sulla realtà sociale del paese ispirandosi alle teorie del cinema diretto e mescolando sapientemente brani di repertorio a spezzoni d’attualità come in Primer año (Il primo anno, 1971), sui primi mesi di vita del governo di Allende, e La respuesta de octubre (La risposta di ottobre, 1972), inchiesta sul mondo operaio. Nel 1973 inizia a girare La batalla del Chile (La battaglia del Cile) ma dopo il colpo di stato del generale Pinochet è costretto a emigrare a Cuba dove riprende a lavorare al film ampliandolo in tre parti: La insurrección de la burguesía (L’insurrezione della borghesia, 1975), El golpe de estado (Il colpo di stato, 1976), e El poder popular (Il potere popolare, 1979) trasformandolo così in un vero e proprio documento sulle cause del golpe. Nel 1980 si trasferisce in Spagna e continua a girare documentari, tra i quali ricordiamo per lo spirito di denuncia che li contraddistingue En nombre de Dios (In nome di Dio, 1987), La cruz del Sur (La croce del sud, 1992) e Chile, la memoria obstinada (Cile, la memoria ostinata, 1997).

domenica 18 agosto 2013

Pinochet e l'Italia. Un'intervista a Italo Moretti del 2006

Nel cimitero di Santiago del Cile si scopre che molte delle umili tombe contengono ognuna i resti di due, anche tre vittime della repressione. “Avete visto come si economizzava!” commentò Augusto Pinochet Ugarte nel 1991. Oggi, che il generale 91enne, nonchè senatore a vita, dopo esser stato colpito da un infarto al miocardio è morto, si discute se Pinochet abbia diritto o meno ai funerali di Stato in Cile. L’ex dittatore, accusato di gravi violazioni dei diritti umani nel suo paese (ma gli eran stati revocati gli arresti domiciliari dalla Corte d’Appello di Santiago), non essendo ancora stato processato, avrebbe perciò diritto ai funerali di Stato come ex presidente della Repubblica.
Michelle Bachelet, presidente del Cile, che fu arrestata e torturata sotto il regime Pinochet, ha finora evitato di esprimersi pubblicamente sulla questione. Comunque, un anno fa, in campagna elettorale, la Bachelet aveva dichiarato che un omaggio solenne all’ex dittatore avrebbe “violentato la coscienza dei cileni”. Ora la faccenda, come si dice, è una vera gatta da pelare, anche perchè in Cile Pinochet gode di larghe fasce di sostenitori, non solo negli ambienti militari, che chiedono a gran voce funerali in pompa magna, nonostante il giudizio che noi possiamo dare su di lui.
Abbiamo chiesto a Italo Moretti, inviato della Rai in Sudamerica e successivamente direttore del TgTre, di offrirci un ritratto dell’uomo che con il golpe dell’11 settembre 1973 diede il via, dopo il suicidio di Salvador Allende (la Moneda viene incendiata alle ore 13.30, un’ora dopo Allende, rifiutando la resa, era già morto), alla feroce repressione di chiunque fosse in odor di comunismo. Tra i più ricercati, gli esponenti del Mir, l’estrema sinistra rivoluzionaria che contestava il governo Allende.
I ricordi di Moretti, naturalmente, hanno il valore di una lunghissima pagina di storia contemporanea che, con la scomparsa del dittatore, può essere riletta.
“C’è un particolare antefatto da ricordare per tentare di ricostruire la personalità di Augusto Pinochet”, inizia a raccontare Italo Moretti. “Nel 1948 Pinochet era un capitano dell’esercito, mentre Allende era un senatore socialista. Il capitano Pinochet comandava il campo di Pisagua, una caletta sul Pacifico dove il deserto di Atacama si inoltra fino al confine col Perù. Una delegazione di parlamentari di sinistra, cui partecipava Salvador Allende, era venuta a visitare dei prigionieri politici quando fu fermata dai Carabineros a un posto di blocco. “Di qui non si passa – intimò Pinochet -. Se non ve ne andate, ordino di aprire il fuoco”. Venticinque anni dopo Allende affida proprio al generale Pinochet (non ricordando più di averlo già conosciuto nel lontano episodio di Pisagua) la guida dell’esercito”. Ma occorre aggiungere che anche la Dina, i servizi segreti cileni, dipendevano da lui.
La nomina di Pinochet a capo dell’esercito è suggerita ad Allende dal generale Carlos Prats, militare generoso e leale, che si è appena dimesso dalla carica di comandante in capo e ministro della Difesa. Non appena assunto il comando Pinochet scrive una lettera a Prats, suo ex superiore, “l’immutabile affetto e la stima profonda” che prova per lui. Il 15 settembre 1973, quattro giorni dopo il golpe ordito da Pinochet, Prats e la moglie si rifugiano a Buenos Aires, in Argentina, dove il 30 settembre vengono assassinati dai servizi segreti cileni della Dina, su ordine di Augusto Pinochet.
La Dina compie o coordina molte altre esecuzioni, anche fuori dal Cile.
Una di queste avviene a Roma dove si era rifugiato Bernardo Leighton, dirigente della Dc cilena. La sera del 6 ottobre del 1975, a Roma, in via Aurelia, Leighton viene colpito in fronte da un proiettile (sopravviverà semiparalizzato e disabile nel parlare). Viene ferita anche sua moglie (costretta sulla sedia a rotelle). L’attentato è predisposto dal capo della Dina, Contreras, che aveva contattato l’estremista di destra italiano Stefano Delle Chiaie (appartenente ad Avanguardia Nazionale), il quale risultò aver vissuto a Santiago coperto dal nome “Alfa”. La magistratura italiana apre un’indagine. Ne risulteranno coinvolti Delle Chiaie e Pier Luigi Concutelli (entrambi assolti per insufficienza di prove), Contreras (condannato a 22 anni), il sicario americano Michael Townley e Eduardo Iturriaga della Dina (condannati a 20 anni).
Ma perchè Italo Moretti, che pure ha potuto entrare e uscire dal Cile molte volte sotto la dittatura, a un certo punto venne messo alla porta?
La goccia che fa traboccare il vaso fu il servizio televisivo sui Carabineros del dicembre del 1984. S’intitolava “Le due facce delle Ande” ed era andato in onda per un’ora per TgDue Dossier. L’intervistato è un gesuita, Renato Hieva, che spiega quanto sia cambiato l’atteggiamento dei Carabineros, prima rispettati dal popolo quali difensori dei diritti umani, e poi divenuti violenti e assassini per conto di Pinochet.
Alla testimonianza del gesuita per il servizio Moretti fa seguire il suo personale commento: “I Carabineros scatenano la loro aggressività su inermi abitanti delle borgate, sui bambini, lanciano bombe lacrimogene, sparano, uccidono. Violentano ragazzine, com’è successo a Luisa Sara, nel I Commissariato di Santiago. Torturano, massacrano. Negli ultimi mesi, la Vicaria de la Solidaridad ha denunciato che trentadue persone sono state assassinate dai Carabineros”.
Ronald Geiger, incaricato d’affari dell’Ambasciata del Cile in Italia invia un telegramma al direttore del TgDue. Nel telegramma si deplora il servizio di Italo Moretti, ritenuto “disgustoso”, nonchè il linguaggio del giornalista, definito “procace”, e ci si rammarica di “aver concesso al giornalista facilitazioni perchè svolgesse il suo compito in Cile”. In seguito, anche il Ministero degli Esteri comunica alla Rai che Moretti non otterrà più il permesso di lavorare in Cile (dove si recò ancora, ma col solo visto turistico).
Ma torniamo al racconto di Moretti dall’inizio della storia del golpe militare di Pinochet.
L’aereo atterra la notte del 18 settembre 1973 a Los Cerrillos, l’aeroporto militare di Santiago del Cile. Italo Moretti, allora inviato del giornale radio Rai, raggiunge nella mattinata del 19 settembre il centro città mentre un altoparlante, a nome dei Carabineros, ammonisce di rispettare il codice della strada. “Il semaforo è rosso, nessuno può attraversare”, si ripete con enfasi dall’altoparlante.
Il coprifuoco è finito e a una settimana dal colpo di Stato si è ripreso a lavorare anche nelle fabbriche, dove le retate dell’esercito sono state le più violente. Nella zona industriale di Vicuna Mackenna i soldati svuotarono gli stabilimenti e riempirono il viale di uomini e donne stesi a terra con la faccia in giù e le mani sulla nuca. Dopo un turbinio di manganellate, tutti furono trasportati allo stadio Chile, già trasformato con lo stadio nazionale, a campo di concentramento, di tortura e di morte. La repressione militare è stata compiuta allo scoperto. Ostentata addirittura. Le acque del fiume Mapocho restituiscono i cadaveri sfigurati di decine e decine di vittime della violenza.
Per trasmettere i servizi radiofonici Moretti deve avvalersi della strumentazione di una radio cilena, sorvegliata 24 ore su 24 dai militari, ma aiutato dal tecnico del suono della Rai Francesco Durante, riesce a inviare le sue cronache a Roma mettendo il registratore vicino al ricevitore del telefono. I tribunali di guerra di Pinochet sentenziano pene capitali che vengono eseguite immediatamente. C’è perfino un elicottero della morte con a bordo un generale, Arellano Stark, che ha ricevuto direttamente da Pinochet l’ordine di sterminare contadini, operai, commercianti, giornalisti, studenti, impiegati, insegnanti e militanti socialisti o comunisti. Ogni visita di Stark, dove si posa l’elicottero, si conclude con una fucilazione di massa.
Le porte dello stadio nazionale vengono aperte alla stampa che ha raggiunto Santiago da tutto il mondo. Sebbene il tempo della visita sia limitato a trenta minuti, i reporter possono vedere e fotografare migliaia di prigionieri stipati negli spalti e tenuti dietro le reti metalliche. “Hay mas gente adentro” gridano in coro. Le foto di quella scena fanno il giro della Terra, mentre per dare un giudizio politico ci vorrà un po’ più di tempo: l’orrore e l’emozione prende il sopravvento sul ragionamento.
Anche a Italo Moretti sembra prioritario comunicare a Roma quel che ha visto, in più così tanto ostentato, ma poi si iniziano ad analizzare i tre anni precedenti al golpe, a cominciare dal risicato successo elettorale di Unità Popolare (coalizione catto-comunista che sosteneva Salvator Allende) nel 1970 (solo il 36,3 per cento delle preferenze), gli errori commessi dai partiti del governo di sinistra e l’irresponsabile comportamento del Partito dell’estrema sinistra (Mir) e anche di alcuni settori del Partito socialista.
Tuttavia, nonostante i tanti errori politici, esiste in Cile soprattutto il Plan Condor, attuato dalla Cia per conto del governo Nixon degli Stati Uniti (il segretario di Stato è Kissinger, il capo della Cia è Richard Helms).
La repressione e le fucilazioni di massa sono giustificate dalla Cia al Dipartimento di Stato quali “esecuzioni capitali secondo la legge marziale instaurata dalle autorità cilene” che devono “scoraggiare qualsiasi proposito di resistenza armata”.
Non ci sarebbe voluta molta immaginazione per collegare l’ascesa di Pinochet al sostegno di governi stranieri nemici dichiarati del comunismo, soprattutto se considerato pericoloso avercelo “nel cortile di casa”. Infatti, nel dicembre del 1973, lo stesso Pinochet dichiara alla Reuters che le prime riunioni segrete per preparare il golpe si erano svolte nel 1972.
Il 1° febbraio del 1999 l’amministrazione americana Clinton toglie il vincolo del segreto ai fascicoli del Rapporto Church e vengono diffusi dal National Security Archive i primi 5.800 documenti liberati dal veto. Peter Kornbluh, direttore del National Security Archive, dichiara: “Il materiale svincolato permetterà di porre in una luce più chiara i delitti ordinati da Pinochet e le implicazioni del governo nordamericano nell’appoggio dato alla dittatura”.
Passano gli anni e il regime di Pinochet - continua a narrare Italo Moretti – comincia a segnare una evidente flessione. Le proteste popolari si trasferiscono dalle baraccopoli al centro di Santiago. Sebbene limitatamente (fallisce il tentativo di organizzare uno sciopero generale) i sindacati hanno ripreso a lavorare, così come alcuni partiti democratici. Per fronteggiare il calo di terrore provocato dal suo regime, il 6 novembre del 1984 Pinochet proclama lo stato d’assedio. A quel punto, però, si apre un conflitto fra dittatura e Chiesa cattolica: il numero di sacerdoti imprigionati e uccisi è via via divenuto troppo elevato.
Il 1° aprile del 1987 Moretti viaggia a bordo dell’aereo decollato da Montevideo con Papa Giovanni Paolo II che si reca in visita a Santiago. La domanda del giornalista “in volo” è secca: “Santità, il Cile è dominato da un dittatore che si professa cattolico. Molti cattolici cileni temono che il regime possa trarre vantaggio da questo suo viaggio”. E Papa Wojtyla risponde: “La differenza fra regimi autoritari come quello del Cile e regimi totalitari, come quello polacco, è che i regimi autoritari sono reversibili, al contrario di quelli totalitari che sono irreversibili”. La dichiarazione del Papa viene riprese dalle agenzie di stampa mondiali, meno che da quelle cilene.
E’ nella notte del 5 ottobre 1988 che si consuma la sconfitta politica presidenziale di Pinochet che aveva chiesto con un referendum di restare in carica fino al 1997. Vince il NO con il 54,7 per cento (fronte capitanato dal centro-destra della Dc cilena, che candida Patricio Aylwin, e dal Partito socialista, che ha fra i suoi esponenti Ricardo Lagos), ma Pinochet potrà restare alla guida dell’esercito: glielo garantisce una norma costituzionale fatta apportare da lui stesso nel 1980. Il presidente è furibondo, disorientato, non si aspettava assolutamente di essere sconfitto.
Che cosa gli era sfuggito? Probabilmente non si era accorto che il Cile nei quindici anni della sua dittatura era cambiato, l’idea di vivere perennemente in un conflitto senza risoluzione aveva da un lato fatto risorgere alcune reazioni (Pinochet scampa all’attentato con i bazooka del 7 settembre 1986 del Fronte di estrema sinistra Manuel Rodriguez) e dall’altro lato aveva infiacchito i suoi uomini. Gli Stati Uniti, poi, non lo sostenevano più e avevano deciso d’isolarlo (era subentrata l’amministrazione Reagan). Pinochet, allora, dichiara ai media: “Sono l’ultimo anticomunista del mondo perchè il marxismo si è infiltrato anche nella Casa Bianca”.
Il 10 marzo del1990 Pinochet fa il suo ultimo pranzo da presidente alla Moneda. Al commiato sa solo dire: “Provo una gran pena”. In tv si vede il passaggio dei poteri con l’ex dittatore che se ne va scortato da un plotone a cavallo. Pinochet procede lentamente, benchè si odano levarsi grida come “assassino” e si lancino monetine. Tutto il Cile è incollato al televisore per piangere di gioia o di dolore. Dal giorno dopo, l’11 marzo 1990, alla tv nazionale cilena Canal 7 tornano a lavorare registi e giornalisti che per 16 anni e sei mesi erano stati pesantemente discriminati o allontanati.
Il 5 dicembre 1991 l’ambasciatore americano in Cile rivela al presidente Aylwin che i militari cileni han venduto armi alla Croazia, rompendo l’embargo fissato dall’Onu. Il mediatore dell’affare, per 3 milioni di dollari, è Augusto Pinochet Iriart, il figlio primogenito dell’ex dittatore. “Dicono che abbiamo violato la Costituzione?”, risponde alle domande della stampa Pinochet. “E va bene, l’abbiamo violata. E adesso basta”.
Il 16 ottobre del 1998, a Londra, gli agenti di Scotland Yard consegnano al generale Augusto Pinochet, ricoverato in una clinica, il mandato di arresto emesso su richiesta del giudice spagnolo Baltazar Garzón per i crimini commessi in Cile e anche fuori dal Cile.
Santiago, però – come sempre - si spacca in due. C’è chi si sdegna e protesta pubblicamente, c’è chi invece esulta e invoca giustizia. I servizi televisivi suscitano sorpresa e interrogativi, soprattutto in Europa, anche perchè da anni del Cile non si parlava quasi più.
Pinochet rimane agli arresti domiciliari a Londra per 503 giorni (il governo Blair nega a Garzón l’estradizione in Spagna; sulla stessa posizione, cioè dalla parte del Cile, si schiera anche l’Italia). Il 3 marzo del 2000 l’ex tiranno atterra a Santiago in carrozzella, con uno stuolo di medici al seguito. Si diceva che non riconoscesse i familiari e che muovesse a stento le gambe. Quando vede ad attenderlo all’aeroporto il comandante dell’esercito Ricardo Izurieta abbandona la carrozzella e gli va incontro in modo impeccabile, senza nemmeno il sostegno di un bastone. Si abbracciano. Pinochet ha 85 anni e, come si vede in televisione, non è nè demente, nè sordo, nè afono, nè semiparalizzato.
“In quel periodo venivo invitato a dibattiti pubblici e televisivi – ricorda Italo Moretti – e notavo che le mie parole suscitavano autentico stupore. Per esempio quando dicevo che per il governo cileno di centro-sinistra la richiesta d’arresto e d’estradizione di Pinochet aveva causato un gran allarmismo. Il centro-sinistra cileno avrebbe piuttosto voluto un rientro in patria del vecchio tiranno”.
Con un elicottero militare SuperPuma SA 300 l’ex dittatore viene trasportato dall’aeroporto di Santiago all’Ospedale Militare di Providencia, in uno dei quartieri più chic della capitale. Alle 7 di sera la degenza è già finita e Pinochet raggiunge casa sua, a La Dehesa.
Su La Tercera del 3 marzo del 2000, in un articolo di Ascanio Cavallo, si legge: “Pinochet torna sconfitto, sapendo che non potrà più uscire dal Cile. Il suo potere si era estinto quando lasciò il comando dell’esercito. L’hanno arrestato solo perchè non vestiva più l’uniforme”.
Un caso, quello di Pinochet, che non si può certo chiudere con la sua morte, sebbene le conseguenze della verità, quando venisse tutta a galla, sono pur sempre spaventose.
da Indymedia